Interviste

15/05/2019

Interior e colore: "la regola del 7" di Francesca Valan

Durante il Fuorisalone milanese, nel contesto di MaterialiCasa AroundShapes, abbiamo incontrato Francesca Valan, industrial designer specializzata nella progettazione dei colori, dei materiali e delle finiture, per scandagliare il variegato mondo cromatico applicato all'interior design - e non solo! - e approfondire la cosiddetta "regola del 7".

di Federica Andreini

Quando entriamo in un ambiente, quali sono i punti di riferimento per arredarlo?

Sicuramente, la prima unità di misura è il pavimento. Tutte le altre componenti si adeguano. Quando hai un pavimento di carattere, hai già una forma, un colore e un movimento: puoi trovare lì l’ispirazione per le pareti. Dopo si può aggiungere un profumo, una musica; se ne hai bisogno, si può aggiungere anche un mobile. E’ chiaro che in alcuni ambienti bisogna scendere a compromessi, soprattutto quando si tratta di mettere in mostra prodotti nuovi, ma quando i pavimenti sono già policromatici e polimaterici, i mobili devono essere i più neutri possibile, senza texture impegnative che vadano a stancare l’occhio con ulteriori cambi di forma. Le texture bisogna calibrarle, per non metterle in competizione.

Quindi nella gestione degli spazi c’è bisogno di un punto di partenza ben preciso. Quale potrebbe essere, allora, una grammatica di base nella gestione del colore?

Per prima cosa bisogna mettere in relazione i colori tra di loro, e questo è facile perché normalmente già il luogo stesso su cui andiamo ad agire ne ha alcuni. Poi si cominciano a valutare le finiture e i materiali. Ricordiamoci che non dobbiamo esagerare col colore altrimenti non riusciamo a far convivere diversi volumi, spazi e tonalità. Uso sempre una semplice regola: la regola del 7. Cerco sempre di non superare le sette differenti caratteristiche, per non incorrere nel fuoriluogo. Cerco sempre di aggiungere il meno possibile, per dare spazio a materiali, finiture e texture. Sette è il numero massimo, oltre si corre il pericolo di saturare lo spazio, rischiando di non averne più per le persone. Quando si vogliano progettare spazi che debbono restare vuoti, allora le valutazioni cambiano. Dobbiamo anche considerare lo spazio visivo, lo sguardo corre nello spazio fisico: quando ci sediamo viviamo lo spazio visivo più che quello fisico, perché in quel momento è l’occhio che si muove attorno, non più il nostro corpo.

Allora, come può aiutarci il colore nell’adattamento agli spazi che ci circondano?

Il colore deve inserirsi nella progettazione in partenza: il colore deve essere sempre l’inizio. Il passaggio mentale tra considerare il colore non un accessorio, ma espressione della luce e della materia, non è immediato e per questo non è immediata la sua applicazione come componente progettuale funzionale. In questo momento storico, in cui la luce è forse la protagonista degli spazi, dobbiamo progettare il colore in relazione ai colori preesistenti, la superficie in relazione alla luce presente in quel luogo. Fino a pochi anni fa quasi non si progettava la superficie, si sceglieva quella che c’era. Ciò che si progetta oggi è la texture e il fattore che maggiormente influisce sulla progettazione è la luce. Se si sceglie il velluto è perché la luce radente che lo andrà ad illuminare lo mette in risalto. Oggi abbiamo a disposizione le luci a led che potrebbero essere una soluzione per i colori temporanei di cui abbiamo bisogno, sia di viverli che di cambiarli.

Cosa intendi per “colore temporaneo”? E come si distingue dalla presenza costante di un colore che abbiamo scelto?

Se scegliamo un colore in un momento particolare della nostra vita, lo viviamo, ma se il bisogno cambia, e non ci si possiamo cambiarlo, a quel punto lo subiamo. Il colore che tu non apprezzi dopo un po’ diventa un rumore di fondo. A livello inconscio lavora, e se non ti dà più emozione, al contrario ti tedia. Per questo è importante che i colori siano i più neutri possibile negli spazi che viviamo maggiormente, magari lavorando sui materiali puri, che non stancano e che durano molto di più. Al bisogno temporaneo del colore si può sopperire utilizzando le piante, i fiori o con i giochi di luce. In questo ciclo del colore, la luce colorata può essere utilizzata per poter essere velocemente sostituita.

Come si inserisce questa nuova concezione del colore nella ricerca progettuale?

Ci sono diversi fattori. Sicuramente la tecnologia adesso ci permette di fare quello che vogliamo. Negli anni cinquanta già non c’era la meccanizzazione, non si pensava neanche di poter avere il colore desiderato, quello su misura. Dovevi scegliere quello che ti piaceva di più tra le proposte industriali: c’era una diversa offerta. La tecnologia adesso consente ai produttori di offrire la massima personalizzazione, perché siamo cresciuti, perché sono cambiati i bisogni e la percezione di ciò che è bello o meno e di ciò che piace o meno. Adesso possiamo permetterci il lusso di scegliere, perché i problemi produttivi che c’erano in precedenza, non li abbiamo più. Possiamo soddisfare i bisogni emozionali, prima ancora di risolvere dei problemi funzionali. 

È stato quindi un processo che ha portato da una situazione di offerta ad una situazione di domanda continua?

Sicuramente: il benessere, la consapevolezza, il processo di acculturazione. Fino a qualche tempo fa non esisteva nemmeno la figura del color designer. Nel dopoguerra si sceglievano i colori ereditati dai veicoli di produzione bellica. Le prime macchine Olivetti erano scelte coi colori esistenti, c’erano i RAL. Così come le lambrette venivano costruite con le ruote degli aerei. Non c’era la scelta, le industrie non sviluppavano i colori. Ora li sviluppano per ovviare a delle esigenze estetiche. E questo è diventato anche pericoloso perché l’estetica è diventata talmente importante che la materia ne risente.

E questo non pone un problema anche etico? Intendo di magazzino inutilizzato?

Certo: se fai dieci colori e i clienti ne scelgono uno solo, hai un problema ecologico, perché i prodotti rimangono fermi. Siamo arrivati al punto in cui dobbiamo ripensare come soddisfare questo bisogno emozionale senza produrre dieci tostapane che potrebbero rimanere fermi lì. La vernice deve rendere l’oggetto il più piacevole possibile per essere venduto. Bisogna stare attenti a bilanciare la richiesta, la possibilità di scelta con la realtà dei tempi. Dobbiamo sempre usare il colore correttamente, anche ecologicamente: se un oggetto non è necessario che venga verniciato, non verniciamolo soltanto perché fa tendenza. Se le plastiche riciclate non ci piacciono tanto, ma l’oggetto è etico, accettiamole. Dobbiamo stare attenti che l’estetica non comprometta l’ecologia di un oggetto.

Che cosa ancora non sappiamo del colore?

Non lo sappiamo usare, nessuno ce lo insegna, nonostante siano passati più di 150 anni nessuno ancora sa progettarlo. Non lo sappiamo gestire bene perché è un linguaggio che pochi insegnano. Nel mio caso, mi trovo a spiegarlo a ragazzi di diciotto anni, ma ormai è troppo tardi, non diventeranno mai dei musicisti del colore, perché, come per la musica, è una materia che va studiata sin dall’infanzia. Nelle scuole primarie, però non ne è previsto l’insegnamento. Per avere un sentimento diverso del colore bisogna insegnarlo sin da bambini.

Ma quanti tipi di colore ci sono?

Ci sono i colori che definisco iconici e quelli propri dei materiali: in funzione dell’importanza dell’estetica, possiamo confondere la finitura per reale e viceversa, perché apparentemente sembrano identici. Questa confusione sta creando non pochi problemi ai bambini che non riconoscono il colore materico reale da quello artefatto. Rischiano di avere un rapporto disfunzionale con il colore, con la realtà e con ciò che quel colore rappresenta. Ad esempio, la plastica finto metallo comporta un approccio sbagliato ai materiali nella visione di un bambino, perché non lo distinguono. E’ il problema fondamentale degli imitativi che diventa un problema di linguaggio.

Allargando il tema, parlando di culture differenti, cosa cambia nell’approccio al colore?

L’uso del colore è come il linguaggio, cambia con le culture. Ti faccio questo esempio, perché sono seduta qui, su un divano color porpora. (Stanza n°3 di AroundShapes, ndr) I romani avevano un uso simbolico della porpora: i Cesari, gli Imperatori indossavano la porpora. Il figlio di un re del Marocco venne ucciso perché volle indossare un vestito color porpora: quel colore era talmente simbolico nel mondo latino, che per i romani era stata una dichiarazione di presa del potere in quella provincia. Sempre i romani, ridevano dei celti perché arrivavano in battaglia dipinti di blu, credendo che li volessero spaventare. Ma i celti avevano un uso funzionale del colore, non simbolico, che i romani non consideravano. Sapevano che il blu conteneva dei pigmenti disinfettanti e se lo mettevano in caso di ferite in battaglia. Lo usavano come un antibatterico. Oggi i tedeschi seguono le orme dei celti, tanto che la famosa macchina da scrivere della Olivetti, la Valentina, in Germania era commercializzata con il colore verde, perché il rosso con cui era stata pensata non andava bene in un paese in cui il rosso indicava un segnale. Ogni cultura ha il suo approccio al colore, c’è chi parte dal funzionale e arriva al simbolico e chi invece fa il procedimento inverso.

Per imparare a parlare col colore, quali studi, corsi, professionalità ci dovranno essere in futuro per cominciare questo percorso?

Intanto bisognerebbe formare più color designers, perché siamo troppo pochi. Per questo motivo abbiamo fondato il gruppo del colore, e ho un gruppo di ragazzi del Master in Color Design Technology, per sviluppare questo mestiere. Ci sono delle basi che bisogna conoscere, quindi ben vengano i corsi professionalizzanti perchè non basta avere un senso innato: quello sicuramente aiuta, ma devi studiare le regole, la tecnica, la tecnologia alla base. Bisogna capire quali sono le armonie, quali sono state, qual è stata la loro evoluzione. Parti da quello che c’è e poi evolvi. Sennò rischi di fare qualcosa che è già stato superato. Quest’anno lavorerò con le vernici per il legno, ma mi piacerebbe lavorare anche con le industrie della ceramica. Chissà.

La tua ricerca personale va anche in altre direzioni?

In questo momento Io sto lavorando sulla sostenibilità cromatica, sull’inquinamento cromatico e sulle armonie di luogo. Come uscire da schemi codificati del colore, quasi matematici, per arrivare a contemplare un’armonia di luogo. E in questo entrano i materiali, iconici, la cultura che creano insieme ad un nuovo tipo di armonie.

Ho una curiosità, alla conferenza di due giorni fa hai parlato del cielometro (10 Aprile 2019, NDR), ma che cos’è?

Il cielometro non è uno strumento per controllare il colore, ma per progettarlo. Ci sono diversi approcci al colore, ma quello che a me piace è l’uso funzionale del colore e deve esserlo anche per l’ambiente, per il benessere di tutti. Come abbiamo detto all’inizio dell’intervista, lo spazio è il primo maestro: più in uno spazio stai bene più crei relazioni, più i contrasti cromatici sono forti più se ne creano tra le persone. Il paesaggio ha già i suoi colori, la natura ha già dei colori incredibili e bisognerebbe semplicemente riprenderli. Il cielo c’è sempre in un paesaggio e quindi diventa automaticamente uno dei colori. Ovviamente quando progetti una nuova architettura, per esempio di vetro, il cielo ci si rifletterà, quindi bisognerà contemplare in una facciata vetrata il colore del cielo. Tanto quanto il colore di una superficie.